Lettera decima
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11 giugno 1539

 

Al nostro cordial figliolo
messer BATTISTA [SORESINA]

 

[IC. XC. †]

Figliolo caro in Cristo, salute. Avendo ricevuto una vostra, non posso fare che non vi saluti e vi scriva due parole.
Il desiderio mio fu sempre di vedervi crescere di momento in momento; e quando per caso mi fosse parso che non aveste risposto al mio animo compitamente come desideravo — ancorché lo aveste fatto per ignoranza ovvero semplice inavvertenza, e non per malizia — mi era una coltellata in mezzo al cuore. Ma di più ancora quando il fallo (= mancanza) fosse [ac]caduto verso degli altri, perché più mi dolgono le imperfezioni commesse verso gli altri, che verso di me; come, per il contrario, ricevo maggior contentezza dagli atti virtuosi fatti verso gli altri, che non se li aveste usati verso di me. E questo, perché si mostra maggior virtù essere in voi, e che vi governate con il mezzo della obbedienza nobile, la quale [con]serva il medesimo fervore in assenza come in presenza, e con gli altri come coi suoi padri.
Quanta allegrezza era quella di Paolo, quando diceva che [i Corinzi] avevano esperimentato che aveva detto il vero in Timoteo e Tito (2 Cor 7, 13-14)! Così, se gli altri vi troveranno per quelli soggetti semplici, ferventi, amatori del guadagno del prossimo, non spaventati nei rumori delle passioni ovvero tentazioni, ma [con]servando sempre il medesimo ordine di virtù quando siete travagliati come quando siete quieti e accarezzati; e se vi ritroveranno per tali quali vi ho dipinti (= descritti) e raccomandati, pensate che compirete la mia allegrezza. Ma, il contrario facendo, mi darete morte e affanno.
Vi dirò una parola, cordiale messer Battista. Ho inteso — e non senza grande mio affanno — che non usate la semplicità con il padre proposto (= Giacomo Antonio Morigia), quale solete usare con me, ma che gli andate doppio (= fate doppia faccia); cosa che mi ha trapassato il cuore, e più avrebbe fatto, se in tutto vi avessi creduto.
Ohimè! che cosa sarebbe la vostra, se fosse vera? Di chi mi potrei gloriare, se questo misfatto si verificasse in voi, quale nel mio cuore porto come quello che mi debba portare ogni allegrezza? Povero me! Se tutti i miei figlioli hanno sì poca cura di accontentarmi, meglio sarebbe che mai li avessi partoriti [piuttosto] che poi bastardassero (= tralignassero).
Che facevi tu, Dionisio (= Dionigi Areopagita)? Che facevi tu, Timoteo, e tu, Tito, con il tuo Paolo? Voi non facevate già così, ma portavate l’amore e la presenza del vostro padre sempre in voi stessi, e altro occhio (= intento) non era in voi, che di [ac]contentarlo. Ohimè, non già così io!
E se forse (= almeno fosse) qualcun altro [che] mi ingannasse! Ma messer Battista, al quale ho dato in cura tutto quel tesoro che io ho nelle mani, se egli m’avesse fatto questo, mi sarebbe troppo duro. Io vi dico e vi testifico (= assicuro) davanti a Cristo [che], se volete, mi potete far vivere contento, mi potete dare questa allegrezza: che io vi vegga correre schietto e semplice con ognuno. Che cosa guadagnerete a cruciarmi (= farmi soffrire)? Che utilità troverete nel vostro danno e nel darmi affanno? Che cosa guadagnerete a perdere la sommità del vostro profitto? Io vi prometto che il Crocifisso vi collocherà in tale essere (= grado di perfezione), che dei Figlioli di Paolo santo vi avranno santa invidia, purché mi vogliate accontentare, purché vogliate vedere me e la mia faccia sempre negli altri.
Se per avanti non vi vedrò mutato in tutto, e correre a questo passo — che sempre, vedendo gli altri superiori, vediate me; e, vedendo me o mia similtudine, o in me o negli altri vediate come Gesù Cristo, pastore dell’anima vostra, in propria forma (= in persona); e così cerchiate di andar schietto e basso e operatore delle virtù verso di me e loro come fareste verso Gesù Cristo — non mi contenterò di voi e pregherò il Crocifisso che mi levi dalla terra, acciocché non mi veda mai più [in] simili affanni. Se fallarete da qui avanti (= d’ora in poi), mi farete credere tutto il passato; e dal passato e dal presente e dal futuro [mi farete] congetturare che Gesù Cristo vuole che io muoia con figli degeneri e poco legittimi.
Non più; perché son certo che — ancorché aveste fallato (= sbagliato), e fallato per malizia — che non fallarete più, e che sarete schietto e semplice e (= sia) con messer Giacomo Antonio [Morigia] e (= sia) con tutti. E così ve ne prego, perché da voi con gli altri insieme dipende ogni mio bene. Umiliatevi sotto la mano di tutti, e non lasciate di guadagnare negli altri, e fuggite i cantoni e solai (= di stare appartato) da voi stesso, se volete che io creda la vostra umiltà essere per carità e obbedienza a me, e non per un certo poco di rabbia interiore.
Raccomandatemi al mio diletto messer Dionisio [da Sesto], e al fedele Giovanni Giacomo [De Caseis], e al basso (= umile) messer Francesco [Crippa], e all’amatore di patire messer Giovanni Antonio [Berna], ai miei cordiali Giovanni Antonio [Dati] e Tommaso [Dati], e all’affaticato messer Camillo [Negri], e allo stizzosetto Righetto [Ulderico Groppelli] e al semplice messer Corrado [Bobbia].
Così salutate messer Filippo e Janico, messer Modesto con la sua donna (= moglie), messer Bernardo [Omodei] e i figlioli, il nipote di messer Giovanni Antonio [Berna], e i miei amabili messer Baldassarre [Medici] e messer Gian Pietro [Besozzi], e tutti gli altri.
E in nome mio domandate la benedizione ai miei reverendi padri, e al padre proposto (= Giacomo Antonio Morigia) e messer Bartolomeo [Ferrari], ai quali non scrivo, perché Cristo lor scriverà nel cuore, né loro raccomando alcuna cosa, perché ogni cosa è sopra delle loro spalle. Cristo compia la mia soddisfazione in voi.

Da Guastalla, agli 11 giugno 1539.

Vostro in Cristo padre
ANTONIO MARIA prete